giovedì 7 aprile 2016


PIETRO CAPOFERRI
 (Colognola del Piano, 05/08/1892 – Bergamo, 30/12/1989) 


Dopo aver combattuto la Prima guerra mondiale in Russia come soldato, tornò in patria cominciando la sua carriera politica, aderendo subito al Fascismo. 
Riuscì a ritagliarsi un importante spazio nella gerarchia del Partito Nazionale Fascista (PNF) di Mussolini, diventando in breve l'elemento di maggiore importanza del sindacalismo fascista bergamasco fino al termine degli anni venti. 
Nella città orobica si distinse anche in campo sportivo, ricoprendo prima ruoli dirigenziali e poi la carica di presidente dell'Atalanta Bergamasca Calcio nelle stagioni 1927-1928 e 1929-1930. 
I numerosi ruoli ricoperti sia nella gestione del partito che in quella del sindacato, gli permisero di mettersi in luce anche al di fuori dei confini provinciali, riuscendo ad ottenere la segreteria generale dell'Unione provinciale di Milano. Dopo aver rivestito tale ruolo dal 1930 al 1939, ricevette l'investitura a presidente nazionale della Confederazione dei sindacati dell'industria. 
Nel corso dello stesso anno venne eletto come consigliere nazionale nella prima legislatura della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, organo legislativo del Regno d'Italia che sostituì la Camera dei deputati durante il regime fascista. 
La definitiva consacrazione politica si verificò nel luglio 1940, quando ricevette la nomina a vice segretario del partito, con l'incarico di reggente della segreteria nazionale al posto di Ettore Muti, ruolo mantenuto fino a novembre dello stesso anno. Al termine della Seconda guerra mondiale ritornò a Bergamo, passando il resto della propria vita gestendo alcune aziende. Verso la fine degli anni settanta scrisse anche due libri: il primo intitolato "Racconti sparsi di vita bergamasca", descriveva la storia di Bergamo nel XX secolo; nel secondo "Ordine Sociale o Caos", raccontava il suo punto di vista sulla storia del fascismo. 
Morì a Bergamo, nel 1988, all'età di 96 anni. 

Segretario federale del Pnf di Bergamo (1926 - 1929); direttore dell'Unione provinciale dei sindacati fascisti di Bergamo (fino al 1928); segretario generale dell'Unione provinciale dei sindacati fascisti di Milano (1930 - 1939); presidente della Confederazione dei sindacati dell'industria di Roma (1939); vice segretario del Pnf (luglio - novembre 1940) 
Pietro Capoferri fu una figura importante nell'ambito del mondo sindacale fascista. Negli anni tra il 1926 e il 1929, ricoprì la carica di segretario federale del Partito nazionale fascista di Bergamo e fino al 1928 fu il responsabile dell'Unione provinciale dei sindacati fascisti di Bergamo. Nel 1930 diresse la Segreteria generale dell'Unione provinciale dei sindacati fascisti di Milano, e nel 1939 fu trasferito a Roma come presidente della Confederazione dei sindacati dell'industria. Nel 1940, nel periodo luglio - novembre, fu nominato vice segretario del Partito nazionale fascista con l'incarico di dirigere la Segreteria nazionale. Capoferri decise di donare il suo archivio alla Biblioteca civica Angelo Mai nel 1987
Opere :
Sei anni di sindacalismo fascista in bergamasca, Casa del fascio Bergamo, 1928
Dai sindacati alle corporazioni, Stab. Tip. de "La Gazzetta dello Sport", 1934
L'ora del lavoro, Mondadori, 1941
Venti anni col fascismo e con i sindacati, Gastaldi, 1957
Racconti sparsi di vita bergamasca
"Ordine Sociale o Caos", raccontava il suo punto di vista sulla storia del fascismo

QUOTIDIANO "BERGAMO FASCISTA"
DEL 15 GIUGNO 1940

CIMITERO DI BERGAMO
IL LUOGO DELLA SEPOLTURA

MICHELE BIANCHI 
Padre del Sindacalismo Fascista, fu Quadrumviro in rappresentanza di tale ala del Fascismo. Organizzatore brillante ed esperto dei lavori pubblici, morì prematuramente, ricordato da tutti come eccellente e zelante Ministro. 
Nato il 22 luglio 1883 da Francesco e Caterina a Belmonte Calabro, nel Cosentino, frequentò il liceo a Cosenza, e a Roma si iscrisse alla facoltà di legge. Per dedicarsi all'attività politica, lasciò gli studi e divenne redattore dell'Avanti e dirigente dell'Unione Socialista Romana. Nell'aprile del 1904 partecipò a Bologna al congresso socialista come delegato ed esponente della fazione sindacalista. A metà del 1905, resosi ormai acuto il contrasto tra i sindacalisti e il resto del partito, si dimise dall'Avanti, allora diretto da Ferri, assieme ad altri redattori, motivando la decisione in un articolo sul Divenire Sociale del giugno 1905 che può essere considerato uno dei manifesti fondamentali del sindacalismo italiano. 

Il 1° luglio 1905 Michele Bianchi assunse, per qualche mese, la direzione di Gioventù Socialista (organo della Federazione Nazionale Giovanile Socialista) organizzando una vasta campagna antimilitarista. Per tale fatto, fu deferito all'autorità giudiziaria e condannato. Nel dicembre si trasferì a Genova, come segretario della locale Camera del Lavoro, e assunse la direzione di Lotta Socialista. L'acquisizione della nuova carica comportò la creazione a Genova di un'altra Camera del Lavoro da parte dei socialisti antisindacalisti, frutto dell'estrema tensione a cui era ormai pervenuta anche all'interno del movimento operaio locale la lotta di fazione. In questa situazione Bianchi svolse sin dall'inizio un'intensa attività giornalistica ed organizzativa per conquistare alla corrente sindacalista l'egemonia sul proletariato locale, e diresse, per tutto il 1906, numerose agitazioni. Il Bianchi ebbe una parte di qualche rilievo al congresso socialista di Roma dell'ottobre 1906 dove propose un ordine del giorno antimilitarista, nettamente bocciato. Egli denunciò quindi i limiti della politica antimilitarista del partito socialista, rivolta unicamente alla riduzione delle spese improduttive. Come segretario della Camera del Lavoro di Savona, dove si era trasferito, Bianchi diresse numerose lotte rivendicative e di protesta locali, alcune coronate da successo. Ebbe inoltre una parte di rilievo nelle vicende che condussero alla scissione dei sindacalisti dal partito socialista, avvenuta prima al congresso giovanile socialista di Bologna nell'aprile 1907, e poi al primo congresso sindacalista tenuto a Ferrara nel luglio dello stesso anno. A Ferrara si trasferì per qualche mese nel 1907, per riorganizzare le file del movimento sindacale in un vero e proprio Partito Sindacalista, indebolito però dall'arresto di numerosi dirigenti locali in seguito allo sciopero del marzo-giugno nell'Argentario. 

Nel maggio del 1910 Michele Bianchi tornò a Ferrara, assumendo la carica di segretario della Camera del Lavoro e la direzione del periodico La Scintilla, che mantenne fino alla metà del 1912. Convinto assertore dell'unità proletaria almeno a livello locale, egli si prodigò a rinsaldarla anche sul piano politico, riuscendo a ricostituire una lista unica tra sindacalisti e socialisti per le elezioni arnministrative del 1910. Nel dicembre del 1910, fu tra i protagonisti del secondo Congresso sindacalista di Bologna con un ordine del giorno contrario alla pregiudiziale antielettorale, che fu respinto perché ritenuto non rispondente al genuino spirito sindacalista. Il Bianchi annunciò allora di voler costituire un nuovo partito, l'Unione Sindacalista Italiana. Ma l'iniziativa del Bianchi non ebbe sviluppo e ciò fu oggetto di un ampio dibattito sulla Scintilla e di un convegno tra numerose organizzazioni economiche del Ferrarese e del Bolognese. Nel 1911 diresse le agitazioni nel Ferrarese per la costituzione degli uffici di collocamento e la revisione dei patti colonici, cercando di frenare le manifestazioni degli scioperanti più scalmanati, suscettibili di rendere più difficile la via dell'accordo, e deferendo infine la composizione della vertenza ad un arbitrato prefettizio. 

Alla fine del 1911 il Bianchi poteva fare un bilancio nettamente positivo delle forze aderenti alle sue direttive in quanto l'unità tra le varie tendenze e tra le varie categorie del movimento operaio ferrarese aveva resistito alla prova, portando gli aderenti alla Camera del Lavoro di Ferrara dai l4.000 della fine del 1909 ai 34.000 dell'11. Forte di questo successo, il Bianchi decise la trasformazione della Scintilla da settimanale a quotidiano. Ma l'iniziativa non resse alle difficoltà finanziarie. La pubblicazione quotidiana del giornale durò infatti soltanto dall' aprile all' agosto del 1912. Incriminato per un articolo eccessivamente denigratorio della guerra libica, contro la quale aveva organizzato agitazioni, il Bianchi nell'agosto 1912 riparò a Trieste, allora austriaca, dove entrò a far parte della redazione del Piccolo. Espulso dalla città alla fine dello stesso anno per propoganda filo-italiana, tornò a Ferrara per un'amnistia, e qui diresse la Battaglia, un giornale fondato in vista delle elezioni politiche, alle quali si presentò candidato di un effimero Partito Sindacale, senza successo. Al congresso delle organizzazioni sindacali del Ferrarese, tenuto il 27-28 dicembre del 1913, dopo che i sindacalriformisti avevano deciso di organizzarsi separatamente dai sindacalisti, gli veniva nuovamente offerta la carica di segretario della Camera del Lavoro sindacalista, che però rifiutò. Trasferitosi a Milano, divenne uno dei dirigenti della locale Unione Sindacale, che era aderente all'omonimo organismo nazionale. 

Scoppiato il conflitto europeo, il Bianchi si schierò nettamente per l'intervento dell'Italia contro gli Imperi Centrali, e, visto vano ogni tentativo di allineare su questa posizione l'intera Unione Sindacale Italiana, decise di secedere da tale organismo, fondando con la maggior parte degli iscritti milanesi e parmensi, il 5 ottobre 1914, il Fascio Rivoluzionario d'Azione Internazionalista, di cui divenne Segretario, firmando il manifesto detto “appello ai lavoratori d'Italia”. In esso egli invocava l'immediato intervento dell'Italia per rendere più sollecita e decisiva la vittoria dell'Intesa, inaugurando il sindacalismo rivoluzionario interventista. Nel dicembre 1914 il FRAI si trasformò in Fascio d'Azione Rivoluzionaria e il Bianchi fu tra i promotori del congresso nazionale di Milano del 24-26 gennaio 1915, allo scopo di coordinare le iniziative dei vari fasci locali. Partecipò alle agitazioni milanesi del 31 marzo per l'immediato intervento dell'Italia. Fu in tali circostanze che trovò unità d'intenti con Mussolini. 

Dichiarata la guerra, riuscì nonostante la malferma salute ad arruolarsi come volontario, col grado di sottufficiale prima nella fanteria e poi nell'artiglieria. Per impedire uno sgretolamento del fronte interventista, causato e dalla carenza delle direttive di governo e dall'azione neutralista, riunì a Milano, il 21-22 maggio, un congresso dei Fasci d'azione rivoluzionaria. 

A ostilità concluse, il Bianchi fu per breve tempo Redattore capo del giornale di Mussolini, il Popolo d'Italia, dove per lo più si occupò di questioni sindacali, insistendo sul problema dell'unificazione dei vari organismi esistenti, da realizzarsi al di fuori di ogni tutela dei partiti. Sansepolcrista, come membro del Fascio milanese, fu, durante l'adunata di piazza S. Sepolcro del 23 marzo 1919, nominato membro del comitato centrale dei Fasci di combattimento. Ai primi di ottobre fu inviato da Mussolini a Fiume, per dissuadere D'Annunzio dal proposito di intraprendere una marcia all'interno del paese. Fu in questa occasione che D'Annunzio autorizzò Mussolini, attraverso il Bianchi, a utilizzare per la campagna elettorale Fascista parte dei fondi raccolti per Fiume. 

Si preparava intanto la trasformazione del movimento Fascista in partito, e il Bianchi vi collaborò attivamente. Nell'agosto 1921 partecipò all'istituzione della scuola di propaganda e cultura Fascista, e vi tenne la conferenza inaugurale. Costituitosi il Partito Nazionale Fascista nel novembre 1921, il Bianchi fu eletto membro del comitato centrale, e quindi, come uomo di fiducia di Mussolini, Segretario Generale e membro della commissione incaricata di elaborare il programma-statuto del partito. 

Al Bianchi furono affiancati quattro vice segretari, A. Starace, P. Teruzzi, A. Bastianini e A. Marinelli costituendo in tal modo l'unione di tutte le correnti del partito, di cui Bianchi costituiva l'ala sindacalista. Tra i membri della segreteria si sarebbe così costituita ben presto una fitta rete di collaborazione che avrebbe portato il Fascismo al trionfo. 

L'attività del Bianchi come dirigente del Partito è anche contraddistinta, in questo periodo, da una sottile politica mediatrice, tale da permettergli di sottoporre le manifestazioni periferiche dello squadrismo a un più severo controllo del centro, costituendo un ispettorato centrale delle squadre di combattimento. Nella primavera-estate del 1922 lo scatenarsi dell'offensiva squadrista in tutto il Regno trovò il Bianchi in prima linea: così il 29 maggio, in occasione delle manifestazioni Fasciste bolognesi contro il Prefetto, ordinava il passaggio dei poteri dai direttori dei Fasci locali ai Comitati d'azione e annunciava il proprio trasferimento a Bologna. Proclamato dall'Alleanza del lavoro lo sciopero legalitario per il 1° agosto, il Bianchi inviava a tutte le federazioni una circolare con la quale ordinava la mobilitazione delle squadre e la loro entrata in azione se lo sciopero non fosse cessato entro quarantotto ore, informando inoltre di persona il governo e il Re circa i propositi Fascisti. 

Alle riunioni del comitato centrale, della direzione, del gruppo parlamentare Fascista e della presidenza della Confederazione delle corporazioni del 13 agosto, il Bianchi prospettava l'alternativa tra ascesa al potere con nuove elezioni o per la via rivoluzionaria, dichiarandosi, con Balbo e Farinacci, favorevole all'ultima soluzione. Decisa la Rivoluzione, il Bianchi svolse un compito di primo piano nella preparazione della Marcia su Roma. Da una parte, fu sua cura organizzare più saldamente il partito e allargarne l'influenza anche nelle regioni meridionali; dall'altra, funzionò da spalla di Mussolini nei contatti con le varie forze politiche, compresi gli esponenti del governo Facta. Nominato, in quanto Segretario del partito e rappresentante dell'ala sindacale, membro del Quadrunvirato con De Vecchi, De Bono e Balbo, partecipò il 24 ottobre alla riunione dell'albergo Vesuvio di Napoli, dove vennero concordate le ultime misure (la sagra di Napoli). Tornato a Roma si adoperò, di concerto col Re, affinché fossero sventate manovre parlamentari, e per dirimere le ultime incertezze da parte Fascista. La Rivoluzione fu così un trionfo. 

Mussolini, incaricato di formare il nuovo governo, suscitò subito l'accesa protesta del Bianchi contro l'eccessiva larghezza della coalizione, essendo in particolare contro i Popolari. Presentò perciò le dimissioni da Segretario del partito, che non furono accettate. Il 4 novembre Bianchi assumeva la carica di Segretario Generale al Ministero degli Interni, lasciando quindi la segreteria del partito, che venne divisa in due e diminuita d'importanza: una politica (Bastianini e Sansanelli) e un'altra amministrativa (Marinelli e Dudan) con direzione di Sansanelli. 

Come membro del Gran Consiglio del Fascismo, Bianchi fece parte di una commissione incaricata di elaborare la nuova legge elettorale, il cui progetto fu presentato e approvato il 25 aprile dal Gran Consiglio stesso. Sempre nell'ambito del Gran Consiglio il Bianchi fece anche parte di una commissione incaricata di dettare norme precise per una maggiore valorizzazione delle forze sindacali e tecniche del Fascismo. Bianchi fece parte quindi della cosiddetta pentarchia, incaricata di redigere il listone per le elezioni politiche dell'aprile 1924, nelle quali fu eletto Deputato per la circoscrizione calabro-lucana. 

Il 14 maggio rassegnò le dimissioni dalla carica di Segretario generale del ministero degli Interni per incompatibilità con quella di Deputato. Contemporaneamente, in qualità di membro della commissione incaricata di elaborare la riforma del regolamento della Camera, presentò un progetto che prevedeva, tra l'altro, una procedura abbreviata per le discussioni parlamentari, allo scopo evidente di restringere le funzioni del Parlamento. Il 3 giugno, in risposta al discorso della Corona, volto a stemperare le tensioni, si fece portavoce presso il Re della volontà normalizzatrice del governo. 

Il 31 ottobre 1925 fu nominato alla carica di Sottosegretario di Stato ai Lavori pubblici con compiti specifici per le regioni sottosviluppate, rivolgendo gran parte della propria attività al potenziamento economico della natia Calabria, ottenendo strepitosi risultati. Trasferito il 13 marzo 1928 al Sottosegretariato deI Ministero dell'Interno, partecipò all'attuazione già in corso dell'ordinamento podestarile, alla riforma dello stato giuridico dei segretari comunali, al riordinamento dell'organismo della Provincia, al rinvigorimento della politica sanitaria ed assistenziale. Il 12 settembre 1929 il Bianchi (che era stato rieletto Deputato), venne elevato alla carica di Ministro dei Lavori Pubblici, dove mise a disposizione della Nazione le sue esperienze calabresi. 

Ma, contemporaneamente, le sue condizioni di salute, già da tempo precarie per una grave malattia, peggiorarono irrimediabilmente portandolo alla morte prematura, a Roma il 3 Febbraio 1930. 

Il Bianchi è ricordato ancor oggi come grande politico soprattutto in Calabria, dove vi sono vie e piazze a lui dedicate, nonché busti e monumenti. Tra questi si annovera una stele posta su un poggio, presso il suo paese natio Belmonte Calabro, visibile percorrendo la SS 18. In essa si ricorda il suo impegno per la Calabria e per tutti i lavoratori, gli umili e i diseredati italiani.

Riteniamo ancora di grande attualità, riportare il riassunto del discorso pronunciato a Dalmine da Benito Mussolini la mattina del 20 marzo 1919 negli stabilimenti metallurgici “Franchi e Gregoriani” dove sin dal 15 marzo gli operai avevano organizzato uno sciopero di protesta senza interrompere la continuazione del lavoro (da “Il Popolo d’Italia” del 21 marzo 1919): “Dopo quattro anni di guerra terribile e vittoriosa, nella quale sono state impegnate le nostre carni e il nostro spirito, mi sono spesso domandato se le masse sarebbero ritornate a camminare sui vecchi binari o se avrebbero avuto il coraggio di cambiare strada. Dalmine ha risposto. L’ordine del giorno votato da voi lunedì é un documento di valore storico enorme che orienta, che deve orientare il lavoro italiano. Il significato intrinseco del vostro gesto è chiaro, è limpido, è documentato nell’ordine del giorno. Voi vi siete messi sul terreno della classe, ma non avete dimenticato la Nazione. Avete parlato di popolo italiano, non soltanto della vostra categoria di metallurgici. Per gli interessi immediati della vostra categoria, voi potevate fare lo sciopero vecchio stile, la sciopero negativo e distruttivo, ma pensando agli interessi del popolo, voi avete inaugurato lo sciopero creativo, che non interrompe la produzione, Non potevate negare la nazione, dopo che per essa anche voi avete lottato, dopo che per essa centomila uomini nostri sono morti. La nazione che ha fatto questo sacrificio non si nega, poiché essa è una gloriosa, una vittoriosa realtà. Non siete voi i poveri, gli umili e i reietti, secondo la vecchia retorica del socialismo letterario, voi siete i produttori, ed è in questa vostra rivendicata qualità che voi rivendicate il diritto di trattare da pari cogli industriali. Voi insegnate a certi industriali, a quelli specialmente che ignorano tutto ciò che in questi ultimi quattro anni è avvenuto nel mondo, che la figura del vecchio industriale esoso e vampiro deve sostituirsi con quella del capitano della sua industria da cui può chiedere il necessario per sé, non già per imporre la miseria per gli altri creatori della ricchezza. Voi non avete potuto provare per la brevità del tempo e le condizioni di fatto createvi dagli industriali la capacità a fare, ma avete provato la vostra volontà, ed io vi dico che siete sulla buona strada perché vi siete liberati dai vostri protettori, vi siete scelti nel Vostro seno tutti gli uomini che vi dirigono e che vi rappresentano e ad essi soli avete affidato il vostro diritto. Il divenire del proletariato è problema dì volontà e dì capacità, non di sola volontà, non di sola capacità, ma di capacità e di volontà insieme. Vi siete sottratti al gioco delle influenze politiche (applausi). I vostri applausi me lo dimostrano. Ma io non appartengo alla genia di quei “maddaleni” che ho frustato a sangue. Sono fiero di essere stato interventista. Se fosse necessario vorrei incidere a caratteri di scatola sulla mia fronte la testimonianza per tutti i vigliacchi che io sono stato tra quelli che nel maggio splendido del 1915 hanno chiesto a gran voce che la vergogna dell’Italia parecchista cessasse (acclamazioni). Oggi che la guerra è cessata io che sono stato in trincea, tra il popolo d’Italia, ed ho avuto per lunghi mesi quotidianamente la rivelazione in tutti i sensi del valore dei figli d’Italia, oggi io dico che bisogna andare incontro al lavoro che torna e a quello che, non imboscato, ha nutrito le officine, non col gesto della tirchieria che non riconosce e umilia, ma con lo spirito aperto alle necessità dei tempi nuovi. Coloro che si ostinano a negare le novità necessarie o sono degli illusi o sono degli stolti che non vedranno la sera della loro giornata, Non ho mai chiesto, ed oggi meno che mai, nulla chiedo né a voi né a nessuno. E perciò non ho ansie e preoccupazioni circa l’effetto che fanno queste mie dichiarazioni su di voi. Io vi dico che il vostro gesto è stato nuovo e degno per i motivi di simpatia che l’inspirano. Ancora un rilievo: sul pennone dello stabilimento voi avete issato la vostra bandiera che è tricolore ed attorno ad essa ed al suo garrire avete combattuto la vostra battaglia.. Bene avete fatto. La bandiera nazionale non è uno straccio anche se per avventura fosse stata trascinata nel fango dalla borghesia o dai suoi rappresentanti politici; essa è il simbolo del sacrificio di migliaia e migliaia di uomini. Per essa, dal 1821 al 1918, schiere infinite di uomini hanno sofferto privazioni, prigionia e patiboli. Attorno ad essa, quando era il segnale di raccolta è stato versato nel corso di questi quattro anni di guerra il fiore del sangue dei nostri figli, dei nostri e vostri figli. Mi pare di avere detto abbastanza. Per i vostri diritti, che sono equi e sacrosanti, sono con voi. Distinguerò sempre la massa che lavora dal “partito” che si arroga non si sa perché il diritto di volerla rappresentare. Ho simpatizzato con tutti gli organismi operai, non esclusa la Confederazione Generale del Lavoro, ma più da vicino mi sento con l’Unione Italiana del Lavoro. Ma dichiaro che non cesserà la guerra contro il partito che è stato durante la guerra uno strumento del Kaiser. Parlo del Partito Socialista ufficiale. Esso vuole tentare sulla vostra pelle il sue esperimento scimmiesco, poiché non è che un contraffazione russa. Voi giungerete, in un tempo che non so se sia vicino o lontano, ad esercitare funzioni essenziali nella società moderna, ma i politicanti borghesi o semiborghesi non debbono farsi sgabello delle vostre aspirazioni per giocarsi la loro partita. Di me possono avervi detto quello che si vuole. Non me ne importa. Sono un individualista che non cerca compagni nel suo cammino. Ne trova, ma non li cerca. Mentre infuria l’immonda speculazione politicante degli sciacalli che spogliano i morti, voi, oscuri lavoratori di Dalmine, avete aperto l’orizzonte. E’ il lavoro che parla in voi, non il dogma idiota o la chiesa intollerante, anche se rossa. E’ il lavoro che nelle trincee ha consacrato il suo diritto a non essere più fatica, miseria o disperazione perché deve diventare gioia, orgoglio, creazione, conquista di uomini liberi nella Patria libera e grande entro e oltre i confini” (il discorso è stato più volte interrotto da applausi ripetuti e spontanei). Da non dimenticare che qualche giorno dopo, il 23 marzo 1919 Mussolini fondava, insieme a combattenti, mutilati, decorati al valore, operai, sindacalisti e futuristi i Fasci di Combattimento. Iniziava cosi l’azione travolgente contro i falsi profeti di tutte le chiese e dì tutte le parrocchie in nome del riscatto del Lavoro e della Patria.

IL QUOTIDIANO "BERGAMO REPUBBLICANA" DEL 14 AGOSTO 1944
RIPORTA L' ESPULSIONE DI CAPOFERRI DAL P.F.R.
PERCHE' IN DISACCORDO CON I VERTICI DELLA FEDERAZIONE DI BERGAMO